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dal sito di stefano monti netdal sito di placidomunafo (1)

NE KRITIKU TION, KION VI TUTE NE SUKCESAS KOMPRENI

Memkritiko ĉiam estas signo de matureco kaj de respondecemo.
Tion elmontras ĉi tiu tre interesa eseo pri la temo “Kritiko”, verkita de la germana esperantisto Detlev Blanke. Vi povas ĝin trovi rekte en la reto je la suba retejo:

http://www.planlingvoj.ch/Kritiko_nedankon.pdf

ALKLAKU !

Pro la fakto, ke la teksto estas sufiĉe ampleksa, mi en ĉi tiun blogon “lingvovojo”-n enmetos nur la italan version, tradukitan, por la italoj.
La artikolo estas ja sprono al primeditado por kiu ŝatas pensi kaj prikonsideri realajn komunikoproblemojn, ne nur en Esperantujo.

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it_IT BANDIERA

NON CRITICARE QUELLO CHE NON PUOI CAPIRE

L’autocritica è sempre un segno di maturità e di senso di responsabilità.
Ciò viene dimostrato da questo interessante saggio sulla “Critica”, scritto dall’esperantista tedeso Detlev Blanke. Potete trovarlo direttamente in rete al seguente indirizzo:

http://www.planlingvoj.ch/Kritiko_nedankon.pdf

CLICCATECI SOPRA!  (per la versione in esperanto)

Per il fatto che il testo è abbastanza ampio, qui inserirò soltanto la versione italiana, tradotta, per gli italiani (esperantisti e non)
L’articolo è sicuramente uno sprone di riflessione per chi ama pensare e guardare ai problemi reali di comunicazione, non solo in àmbito esperantista.

CRITICARE ? –  NO GRAZIE !

Perché è necessaria una critica radicale al movimento dell’Esperanto

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Solitamente, la critica è collegata ad un sofistico disprezzo dovuto a delle futilità – nel quotidiano professionale è il caso di un dipendente che ha tardato di cinque minuti o ha fatto un errore in una lettera o ha sbagliato a digitare un indirizzo ecc., nell’esercito se la cravatta non è stata correttamente composta, se la capigliatura è troppo lunga dietro le orecchie o se il saluto all’ufficiale non è sopraggiunto in tempo utile. Dunque, la critica in generale implica qualcosa di sostanzialmente negativo. Per questo i criticati possono diventare molto frustrati, perdere l’amore per il lavoro e la lealtà e persino cominciare a disprezzare altri individui. Nella psicologia moderna del mercato del lavoro si parla di “mobbing”. Le forme di ostruzionismo (mobbing) hanno più sfaccettature e praticamente si trovano dovunque, peraltro anche nella vita privata.

La recente esperienza con la critica di discutibili e migliorabili situazioni a diversi livelli e campi nel movimento dell’Esperanto (da parte del sottoscritto) mi hanno spinto a scrivere questo articolo sul tema della “critica”. Per ricevere una loro opinione sull’argomento, una loro delucidazione del fenomeno, mi sono consultato con parecchi esperantisti di culture etniche diverse. Ecco alcune conclusioni.

Il criticare negli ambienti del volontariato e amatoriali

Nel movimento dell’Esperanto, una organizzazione profondamente volontaristica, onoraria, dilettantistica e da club-hobbistico (cosa che per se stessa non ha niente di male), dunque non professionale, eterogenea, disunita, inerte, tendenzialmente libertaria, propagandistica, ciascuno è un benvenuto a collaborare, persino guidare, scrivere e tenere discorsi, indipendentemente dalla competenza di settore, se la ricompensa è esente. Una concorrenza quasi non esiste (e sovente non è desiderata) (1), un controllo della qualità del lavoro allo stesso modo manca (con qualche piccola eccezione riguardo alla professionalità), il serbatoio di idee e applicazioni, utili o meno, non è mai pieno. Ciascuno contribuisce secondo le proprie possibilità e modi, restando il responsabile della propria personale produzione, propagandata con fervore, indipendentemente dalla sua qualità o significato. Si tiene alto l’ideale della collaborazione, che nella pratica è assai difficile da realizzare, dato che molti attivisti che agiscono isolatamente percorrono una propria traiettoria. La critica alla “cosa” è solitamente percepita – e rifiutata – come una critica all’ “uomo”; dalla critica possono nascere brucianti conflitti e litigi fino ad un reciproco boicottaggio dell’azione e degli attori. Nel movimento dell’Esperanto la critica e le contese hanno una lunga tradizione, a partire dall’epoca di Zamenhof (2). Quanta inutile energia è stata persa in quei conflitti! E’ persino difficile dire se quei conflitti abbiano risolto qualcosa nel movimento. Dimostrarlo o meno non è facile. In molti casi è possibile dubitare, dunque essi sono stati inutili (3).

Un eminente linguista svizzero ha confrontato l’Esperanto con la religione, il movimento dell’Esperanto con un Ordine (cavalleresco o simile). Un collega italiano, che teneva corrispondenza con me su questo tema, ha dato conferma attribuendo al movimento dell’Esperanto dei connotati di surrogato-religioso, eroico, tormentato, idolatrato. In qualunque modo lo si caratterizzi, il movimento esperantista è un movimento relativamente piccolo (ciò è un rilevante paradosso in considerazione delle sue ambizioni universalistiche). Gli esperantisti investono una grande quantità di tempo e di energia nell’apprendimento e nell’uso della lingua. Spesso lavorano molto per l’Esperanto, senza compenso. Nel subconscio essi dunque si aspettano che i loro colleghi riconoscano quei fatti. Spesso noi facciamo pasticci, ma non vogliamo apparire davanti agli altri esperantisti come degli arruffoni. Di conseguenza siamo sensibili alla critica. Queste frasi le ha scritte un esperantista americano conosciuto, con una lunga esperienza nel movimento, al quale io ho chiesto di dare un’opinione sul tema della critica.

Imparare dagli errori e dai pasticci

I pasticci, le cose fatte male e gli errori, come normali compagni della operosità umana, in se stessi non sarebbero tanto una tragedia, se dopo si cercasse (si volesse e potesse) di evitarli. Molto più importante e su cui riflettere è il fatto che la critica e l’auto-critica nel movimento esperantista molto spesso non incappano in un terreno fecondo, che dei severi critici vengono considerati stravaganti, eretici e purificatori, di volta in volta delle carogne, dei bugiardi e dei malati di mente. Io stesso ho sperimentato questo. Lodarsi da soli, glorificarsi e giustificarsi al posto della critica ed autocritica certamente contribuiscono alle cause per cui il movimento esperantista non progredisce veramente, non può progredire. Questa situazione, che non è  certo tipica esclusivamente del movimento esperantista, sarebbe da far analizzare dalla sociologia, psicologia, psichiatria della patologia (4). Naturalmente non dobbiamo concludere che nel movimento esperantista esistano solo pasticcioni e inesperti, poiché sappiamo bene che esistono – e può essere dimostrato – degli eccelsi risultati di amatori e volontari (che spesso sono al tempo stesso dei professionisti seri e competenti). Ma non è questo il nostro tema.

Che cosa viene criticato- o è criticabile – nel movimento esperantista? Principalmente tutto quello che merita di essere criticato e che deve essere criticato, come hanno confermato coloro che sono stati (da me) consultati. E chi ha il diritto di criticare? Principalmente tutti coloro che desiderano esprimere una critica e che sono dei competenti o si sentono tali. Lo scopo di ogni critica certamente è o dovrebbe essere quello che essa venga udita e che abbia un effetto. Ha diritto di critica colui che è in grado di definire chiaramente i criteri e gli scopi, e colui che può analizzare in modo chiaro per quali motivi gli scopi non si possono raggiungere ma si potrebbero ottenere tramite altri rimedi, come mi ha insegnato un esperantista dall’ Olanda.

Che cosa dunque criticare?

Secondo una definizione classica “la critica” significa in senso generale una prova di esame secondo delle regole legittime per valutare il valore o disvalore di qualcosa, o faccenda, o persona. Esistono diverse specie qualitative di critica, soprattutto le seguenti:

– critica positiva, cioè lode, riconoscimento, ammirazione

– critica negativa, cioè disprezzo, rifiuto, condanna

– critica costruttiva, cioè una critica che ha lo scopo di migliorare una qualche condizione (negativa più o meno)

– critica distruttiva, cioè una critica  che ha lo scopo di distruggere qualcosa, una faccenda o una persona

– autocritica, cioè una classificazione della propria condotta, azione, opera.

Uno dei consultati ha risposto che certamente sarebbe possibile criticare in modo secco e deciso (severamente), ma anche con una pungente ironia, a seconda della cosa che merita una critica. Non esisterebbe un solo metodo critico adatto. Sarebbe ancora più importante che la critica si basasse su fatti e che venisse chiaramente espressa, io aggiungerei: in modo neutrale ed obiettivo.

Casi concreti

Per non restare in astratto, nel movimento esperantista con un metodo o con l’altro si possono criticare diverse cose: ad esempio la strategia generale del movimento espernatista (5) o la presentazione non oggettiva dell’Esperanto in uno stile da spaccone e in maniera fantasiosa, o tramite il basso livello di alcuni arrangiamenti per l’Esperanto (eventi) o una parte del programma del Congresso Universale, il cattivo uso della lingua Esperanto di alcuni colleghi divulgatori della nostra lingua (6) o la mancanza di articoli interessanti ed elevati nei principali periodici del movimento. E’ possibile disputare su dottrine o pratiche individuali, come ad esempio il cosiddetto Raŭmismo o la Civiltà esperantista … (7) o il Manifesto di Praga … (8)

Ad un altro livello di critica è possibile dubitare della qualità generale di Wikipedia in esperanto … (9). Recensire in modo negativo alcuni vocabolari o manuali didatticamente non abbastanza dimostrati. Altre critiche possono riguardare il non funzionamento tecnico di alcuni organi associativi o escursioni, assemblee annuali, conferenze male organizzate, ecc.; di solito questa critica è collegata con la disapprovazione di singoli individui che procedono male malgrado le loro responsabilità, ecc. Dunque la gamma di critiche è varia e ampia. Naturalmente, spesso la critica rischia di diventare soggettiva, poiché esiste sempre anche l’altra faccia della medaglia, l’altra percezione delle cose. Quello che qualcuno trova cattivo, un altro lo trova buono, e viceversa.

Nel movimento esperantista funzionano anche forme più sottili di critica, espressa ad esempio nelle recensioni di libri, nelle quali una critica può offendere terribilmente gli interessati, che credono che essa sia ingiusta. Molti casi sono noti, alcuni dei membri della nostra comunità intellettuale dominano perfettamente quell’arte di pungente recensione, polemica e satirica (10).

Il “Positivismo” della critica

Tutti i colleghi a cui ho domandato riguardo a come la critica debba essere espressa, hanno risposto che si dovrebbe esprimere la critica con parole gentili ed affabili, poiché la maggior parte di volte si tratta di volontari ai quali la critica eventualmente è diretta. I volontari per se stessi non meritano una critica (negativa), ma un elogio e un sostegno.  Poiché siamo amatori, non sappiamo molto ad esempio sulle pubbliche relazioni e campi professionali simili. Di conseguenza se vogliamo criticare altre persone e le loro azioni, dobbiamo farlo con molta delicatezza e molta comprensione. Attacchi frontali diretti spesso sono utili ed hanno successo, dato che non lasciano terra asciutta su cui l’aggredito potrebbe ancora stare. E’ importante che il criticato possa salvare la faccia, come dicono i tedeschi nella propria lingua. Le persone le cui azioni sono criticate, ricevano l’impressione che chi critica li ritenga capaci di rettificare la propria linea di azione e non pensino di essere del tutto incurabili, come ha chiarito un attivista dall’India (Barato).

Di fatto, la critica in se stessa non è qualcosa di negativo, ma spesso la si percepisce tale. Ma che cosa fare se né le parole gentili, né la critica secca e decisa, né quella costruttiva, né gli altri metodi aiutano e sono utili? E che cosa fare se non è possibile dimissionare un cialtrone, come nella vita professionale, tanto più che un sostituto appena lo si può trovare, chi lavorerebbe alle stesse condizioni (onorarie)? Questo dilemma lo incontriamo spesso nel movimento esperantista. In un ambiente come quello esperantista spesso vale il principio che le persone certo desiderano una critica, ma solo quella che piace a loro, come ha scritto un collega dalla Francia. Che gli esseri umani troppo raramente accettino una critica alla cosa non come una critica all’uomo, è apparentemente spiegabile biologicamente e per questo non sorprendente, come mi ha avvertito a questo proposito un collega informato. Conosco un degno esperantista  il quale asserisce che, di fatto,  funziona e ha sempre funzionato, per decenni, tra l’altro con ampia ammirazione del pubblico, la seguente filosofia: “Da tanto tempo lavoro con carica onoraria che farò quello che voglio a mio piacimento, nessuno può dettare od ordinare qualcosa a me e io anche non sono criticabile.” Questo tipo di condotta, che rende possibile una completa e incontrollabile libertà d’azione, di fatto è assurda e può essere anche deleteria, come hanno mostrato delle esperienze concrete con la filosofia di tali attivisti.

Differenze tra gli ambienti amatoriale e professionale

Consultato un esperantista croato, che conosce bene la differenza tra un lavoro commerciale e uno da onorario, ha espresso forse con indulgenza il suo punto di vista affermando che tuttavia non si può certo pretendere una assoluta professionalità se manca il denaro in tali tipi di istituzione per pagare un salario. Proprio questa situazione porta al dilettantismo, all’indifferenza e alla irresponsabilità, a mio avviso.

La critica ha un significato?

Le suddette considerazioni ci portano alla domanda se la critica complessivamente abbia un senso ed efficacia nel movimento esperantista. Riguardo alla domanda esistono diverse opinioni. Taluni colleghi più scettici credono che criticare abbia a malapena una utilità, dato che ricorre quasi senza effetti nella storia della nostra comunità linguistica (io stesso sono incline a quella “scuola”), per il fatto che degli incaricati vengono e vanno ripetutamente e dunque reinventano la ruota (e non solo in tali casi). Tal-altri sono dell’opinione che tuttavia sì, una critica possa essere efficace, nel caso concreto, a condizione che la critica sia razionale ed ascoltata e quando gli interessati siano disposti ad accettare una critica. Altri ancora hanno confuso le esperienze con la critica.

Essi hanno detto che un significato certamente ce l’ha, efficacia solo presumibilmente. Un polacco ha scritto che la sua esperienza con la critica nel movimento esperantista è quasi negativa, poiché finora le persone criticate si sono comportate secondo il detto: i cani abbaiano. In qualche lista di discussione di yahoo la presidente di una associazione locale si è lamentata perché invano aveva presentato già dei punti di vista senza risultati. La critica nel movimento esperantista ha certamente significato se essa è attenta e costruttiva e non solo uno “sputo” momentaneo, ha avvisato un consultato olandese. Quando un esperantista indiano tanti anni fa ha fatto il volontario presso l’Ufficio Centrale dell’ UEA (Universala Esperanto-Asocio) a Rotterdam, è stata presa in considerazione la sua strigliata, e in parte si è imparato da essa, come egli ha risposto alla questione da me posta al riguardo.

Secondo il parere di un esperto esperantista in Olanda, la critica non è semplicemente espressione di una cosa sgradevole. La critica deve contenere una sintesi, una analisi ed una conclusione. Lo scopo della critica non deve essere smontare/distruggere qualcuno o qualcosa, ma il miglioramento di qualcosa. Egli ha confermato persino che se a prima vista una critica appare negativa, per se stessa ha uno scopo positivo, quantunque delle eccezioni abbondano in grande quantità.

Indubbiamente la critica e le idee non mancano. Manca però un adattamento alla realtà attuale, come ha concluso un collega consultato dalla Finlandia.  E con l’olandese, che è un vecchio ammiratore di Karl Marx, si può pretendere secondo il principio della “critica non compromettente di tutto quello che esiste senza considerazione per il singolo oggetto di critica”, la critica – persino quando è radicale necessariamente – in futuro sarà si spera ascoltata di più nel movimento esperantista. Diversamente, il movimento rischierà di diventare una organizzazione non criticabile; ciò sarebbe una brutta faccenda, poiché storicamente si sa cosa è accaduto con tali movimenti.

Lavorare ed agire nel mondo Esperantista dunque suggestiona come una trasmigrazione sulla cresta del monte: tra la tolleranza e la critica (di Stati cattivi della più diversa specie e, purtroppo, anche di persone legate tra di loro). Tutto questo è una difficile schermaglia, poiché serve una grandissima porzione di comprensione, pazienza, indulgenza e nervi fortissimi, se non si vuole restare indifferenti.

Commenti utili sono i benvenuti e una critica (radicale) persino di questa critica è necessaria.

Pubblicato sulla rivista Spegulo 1/2009  (Spegulo significa Specchio)

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