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Siamo giunti all’ultima lezione di questo mini-corso in rete; con questa lezione si ripercorrerà un po’ tutto il percorso fatto fin qui mediante una analisi ragionata di un breve testo, tratto da:

I PRIMI PASSI DELL’ESPERANTISTA –  di Giambene (1)

Questa lezione di fatto rappresenta un ottimo esercizio di “logica”, e molto logica è in effetti anche la lingua Esperanto.

Vi avverto che il testo, seppur breve, non è facile, e nemmeno lo sono le considerazioni “ragionate” di Giambene, il cui tecnicismo rasenta la pedanteria (come mostra il suo modo di scrivere, riprodotto in fondo alla pagina ) (2)

 (la versione in esperanto seguirà  /  sekvos la esperanta versio)


 

LEZIONE QUINDICESIMA

 

RICAPITOLAZIONE

 

EL LA PASINTAJ TEMPOJ

La imperiestro Paŭlo, en Rusujo, ordonis ke ĉiuj veturantoj sur la strato, renkontante lin, eliru el la kaleŝo kaj donu al li la reĝan honoron per saluto. Escepto ne estis farita ankaŭ por sinjorinoj. Unu fojon la imperiestro rajdis promene en kota tago. Sur la strato montriĝis rapide iranta kaleŝo, en kiu sidas elegante vestita sinjorino. Venante apud la imperiestron, la veturigisto haltigas la ĉevalojn, kaj la sinjorino rapide malsupreniras el la kaleŝo. La imperietro vidante ŝian riĉan veston ekkriis: « sidiĝu ». La sinjorino ektimigita rapidas plenumi la ordonon kaj momente sidiĝas… sur la koton de la strato. Paŭlo rapide desaltis de la ĉevalo, alkuris al la sinjorino, kaj, preninte ŝin sub la brakon, alkondukis kaj sidigis ŝin en la kaleŝon. Oni diras, ke al sia ordono la imperiesro poste faris rimarkon, ke virinoj estas liberaj de tia donado de honoro.

(M. Solovjev)

 

TRADUZIONE

 

Dai tempi passati.  —  L’imperatore Paolo, in Russia, ordinò che tutti quelli che andassero in vettura per la via, incontrandolo, uscissero dalla carrozza e gli rendessero l’omaggio regale con un saluto. Non era stata fatta eccezione neppure per le signore. Una volta l’imperatore passeggiava a cavallo (cavalcava a passeggio) in un giorno di fango. Nella via apparve una vettura che andava rapidamente, in cui sedeva una signora elegantemente vestita. Venendo vicino all’imperatore, il cocchiere arresta i cavalli, e la signora in fretta discende dalla carrozza. L’imperatore, vedendo il ricco abito di lei, esclamò: « Sedetevi! ». La signora intimorita si affretta ad eseguire l’ordine ed all’istante si siede… sul fango della strada. Paolo saltò giù rapidamente dal cavallo, accorse dalla signora, e, presala sotto il braccio, la condusse e la fece sedere nella carrozza. Si dice, che al suo ordine l’imperatore fece poi un’avvertenza, che le donne erano esenti da tal resa di omaggio. (M. Solojev)

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ANALISI RAGIONATA

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          « El la pasintaj tempoj  »    Dai tempi passati.  La preposizione  « el »  indica  provenienza  di tempo, di luogo e di persona. Il participio italiano   passati   è bensì passato, ma non passivo, poiché il verbo è intransitivo, si traduce quindi  « pasintaj  » e non  «  pasitaj  ».

« La imperiestro Paŭlo, en Rusujo  »   L’imperatore Paolo, in Russia.   Il suffisso  « estro »   indica   capo,  quindi  «  imperiestro  »   capo d’un impero, imperatore. Si noti che il radicale  è  « imperi »  e non   « imper »; quindi imperare sarà  « imperii »   imperiale « imperia »   e  non   « impera ».

« Ordonis ke ĉiuj veturantoj sur la strato »  Ordinò che tutti coloro che andassero in vettura per la via.    Il primo   che   italiano è congiunzione, quindi si traduce    « ke »   e non   « kiu, kio »  che sono pronomi.   « Ĉiuj »   tutti i    non è mai accompagnato dall’articolo.   « Veturantoj »   participio attivo, messo al presente perché l’azione dell’andare in carrozza è presente, relativamente al verbo   « ordonis ».    « Sur »   in questo caso è meglio di   « en »   perchè   « en »  indica sempre l’idea di rinchiudere: sarebbe poi grave errore tradurre   « per »   che significa   per mezzo di.   « Strato »   e non   « straton »   perché qui il moto non è   verso  un luogo, ma   in   un luogo  (moto   circoscritto).

« Renkontante lin »   Incontrandolo.   Il participio attivo è al presente per la ragione detta di sopra;  inoltre è usato avverbialmente,   quando lo incontravano.    « Lin »   è accusativo perché complemento oggetto del verbo   « renkonti ».

« Eliru el la kaleŝo kaj donu al li la reĝan honoron per saluto »    Scendessero dalla carrozza e gli rendessero l’omaggio regale con un saluto.   « Eliru »   e   « donu »   perché si esprime un desiderio col verbo   « ordoni ».   « Kaleŝo »   e non   « kaleŝon »   perché il moto è da un luogo, non    verso   un luogo.   «  Reĝan honoron »   accusativo, perché complemento oggetto del verbo   « doni ».   « Per saluto »    per mezzo   di un saluto,   con   un saluto.   Si avverte che   con   si traduce     « kun »    solamente quando indica accompagnamento.

« Escepto ne estis farita ankaŭ por sinjorinoj ».     Non era stata fatta eccezione neppure per le signore.    « Ne… ankaŭ ».    Si noti che in Esperanto non si usano due negative nella stessa proposizione, perché darebbero idea affermativa. In italiano si dice:   non ho veduto niente,    ma in Esperanto si deve dire   « mi ne vidis ion »   ovvero   « mi vidis nenion »    e  mai    « mi ne vidis nenion »,  perché significherebbe:    ho veduto qualche cosa.   Quindi    non…, neanche    ( o   neppure )   è   « ne… ankaŭ  ».   « Por »   equivale a    per    nel significato di     a favore, a vantaggio di.    « Sinjorino »   è il femminile di   « sinjoro », perciò si badi bene di non tradurlo con l’italiano    signorina     che invece si traduce   « fraŭlino ».

« Unu fojon la imperiestro rajdis promene en kota tago »   Una volta l’imperatore cavalcava a passeggio in un giorno fangoso.   « Unu fojon »   si mette la ‘n’ dell’accusativo perché indica  tempo.   « Promene »   avverbio; si sarebbe potuto tradurre anche   « rajde promenis »   passeggiava cavalcando   (a cavallo).

« Sur la strato montriĝis rapide iranta kaleŝo »   Nella via apparve una vettura che andava rapidamente.   « Montriĝis »    formato da   « montri »   mostrare ed il suffisso   « iĝ »   divenire, farsi:  quindi    divenne visibile.   L’avverbio deve mettersi immediatamente dinanzi alle parole che esso definisce, perciò   « rapide »   si riferisce a   « iranta »;   se si avesse voluto indicare il rapido apparire della vettura, si sarebbe tradotto    « rapide montriĝis  ».    « Iranta »   participio attivo presente   perché l’azione è contemporanea a   « montriĝis  ».

« En kiu sidas elegante vestita sinjorino »   Nella quale sedeva una signora elegantemente vestita.   « Sidas »  è presente per la ragione appena detta.   « Vestita »   participio passato passivo:  «  vesti »   significa   vestire   in senso attivo, cioè   mettere indosso:   qui significa che era stata vestita.   Quindi l’espressione   « la sinjorino vestas elegantan mantelon »   significa:   la signora mette in dosso un elegante mantello;   ma per dire  che lo porta già bisogna tradure:   « vestis »,   ovvero    ha messo indosso.

« Venante apud la imperiestron »    Venendo vicino all’imperatore.    « Imperiestron »  si usa la ‘n’ dell’accusativo, perché il moto è    verso   il luogo dove era l’imperatore.

« La veturigisto haltigas la ĉevalojn »   Il cocchiere ferma i cavalli.   « Veturigisto »   parola formata da   « vetur »   andare in carrozza,   « ig »   suffisso che denota   fare   e    « ist »   colui che fa professione di…,  quindi    colui che fa andare in vettura.   « Haltigas »   composto da   « halti »   arrestarsi    ed il medesimo suffisso   « ig »;  perciò   far sì che    i cavalli     si arrestino.  « Ĉevalojn »   complemento oggetto di   « haltigi ».

« Kaj la sinjorino rapide malsupreniras el la kaleŝo ».   E la signora scende in fretta dalla carrozza.   « Malsupreniras »   parola composta da   « iri »   andare   e   « malsupren »  formato da   « supren »   avverbio con idea di moto a luogo,   in su,   e   « mal »   che dà l’idea opposta,   quindi andare in giù,   scendere.

« La imperietro vidante ŝian riĉan veston ekkriis:  sidiĝu ! »    L’imperatore, vedendo la sua ricca veste, sclamò:  Sedetevi!    « Ŝian veston »:   l’aggettivo possessivo di terza persona,   suo,  sua,   suoi,   sue,   ha un uso differente dall’italiano; non basta metterlo al singolare o al plurale, secondo che si riferisce a nome singolare o plurale, ma bisogna anche accordarlo con la persona o cosa a cui si riferisce la parola da esso determinata. Si abbia, per esempio, da tradurre la frase    egli vide la sua testa.   Prima di tutto è manifesto che   sua   dovrà tradursi in singolare perchè si riferisce a   testa.  Ma dobbiamo sapere a chi appartiene la testa; se si tratta della testa di un uomo, diremo   « lian kapon », di una donna   « ŝian kapon », di un animale   « ĝian kapon », e finalmente, se la testa che egli vede è la sua propria, tradurremo    « sian kapon ».   « Ekkriis »  passato, da  « krii »   gridare,  ed  « ek »   che indica principio d’azione, azione momentanea, perciò  esclamò.   « Sidiĝu »  imperativo da  « sidi »   sedere   col suffisso   « iĝ »,  perciò   divenire sedente,  sedersi.  « Sidu »   significherebbe   stare seduto, rimanere a sedere,  e  « sidigu »   fare sedere.

« La sinjorino ektimigita rapidas plenumi la ordonon kaj momente sidiĝas… sur la koton de la strato »   La signora intimorita si affretta ad eseguire l’ordine ed all’istante si siede… sul fango della strada (via).  « Ektimigita »  da  « timi »   temere,   « ig »   rendere  ed   « ek »   azione momentanea, del momento:  resa timorosa per un istante.   E’ participio passivo, perché il timore viene  incusso [suscitato]  da altra persona, e passato, perché anteriore all’  affrettarsi.  « Momente », avverbio,    momentaneamente,   sul momento.   « Koton »  in accusativo, perché indica il luogo   verso   il quale si compie l’azione di   « sidiĝi »   sedersi.

« Paŭlo rapide desaltis de la ĉevalo, alkuris al la sinjorino »  Paolo rapidamente saltò giù dal cavallo, accorse dalla signora.   « Desaltis »   parola composta da  « salti »   saltare   e   « de »   preposizione che indica allontanamento (da).   « Alkuris »   accorse   parola composta  da  « kuri »  e  da  « al »   preposizione che esprime direttamente moto verso luogo, ed a causa di questo significato già inerente alla preposizione, la parola che segue non va all’accusativo [pur trattandosi di moto verso luogo].

« Kaj, preninte ŝin sub la brakon, alkondukis kaj sidigis ŝin en la kaleŝon »   E, presala sotto il braccio, la condusse e la fece sedere nella carrozza.  « Preninte »   participio avverbiale attivo e passato, perché    la condusse dopo averla presa.    « Brakon »  e  « kaleŝon »   ambedue in accusativo perché indicano moto ad un luogo.   « Ŝin »   accusativo perché complemento oggetto di    « alkonduki »    e    « sidigis ».

« Oni diras, ke al sia ordono la imperiestro poste faris rimarkon »   Si dice, che al suo ordine l’imperatore fece poi un’avvertenza.   « Oni diras »:   il pronome   « oni »   è impersonale e serve a tradurre le espressioni come    si dice,   dicono,   ecc., quando cioè non si determina la persona.   Si noti che è singolare ed è vero soggetto del verbo, quindi questo va sempre al singolare, anche quando in italiano talvolta si trova il plurale, e corrisponde perfettamente all’   « on »   dei Francesi ed al   « man »   dei Tedeschi.    « Sia ordono »:  il pronome è   « sia »   perché si riferisce al soggetto della proposizione   « imperiestro ».   « Poste »   è avverbio:  occorre capire bene quando le parole italiane    prima, dopo, sotto, sopra, vicino,    sono avverbi e quando sono preposizioni: nel primo caso devono prendere la   e   finale.   « Post »  sognifica   dopo   come preposizione, e si conosce che è usata come tale perché è seguita dalla parola che determina, per esempio    dopo di lui   « post li ».     « Rimarkon »   accusativo perché complemento oggetto di    « faris ».

« Ke virinoj estas liberaj de tia donado de honoro »   Che le donne erano esenti da tal resa di omaggio.  « Estas »   al presente, perché l’idea non è anteriore a quella espressa dal verbo principale   « faris ».   « Donado »   parola formata col suffisso   « ad »  che indica azione continuata.

(da  I primi passi dell’Esperantista, di Luigi Giambene)

 

 

 

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  1. Luigi Giambene (Roma, 26 novembre 1866 – Roma, 29 giugno 1944) è stato un esperantista, teologo e accademico italiano.
  2. I segni grafologici dominanti sono parallela (abilità alla tecnica esecutiva), accurata con studio (precisione in tutto) e chiara (distinzione nei concetti), ma anche attaccatta (continuità di pensiero ed azione, logica deduttiva) – Altri segni importanti: acuta, mantiene il rigo seppur con discendente e pendente. Discendente denota il suo stato di stanchezza mentale e fisica in quel momento, comprensibile per l’esagerato lavoro mentale che costantemente fa):

giambene - da espero katolika org  1993_1112q

(La manskribo-bildo estas elprenita el:  Espero Katolika – 1993_11.12

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